domenica 10 giugno 2012

La GALLERIA DELLE STATUE ospita NANNI AUSENDA









26 Maggio 2012. Gli amici rendono omaggio al grande designer Nanni Ausenda













mercoledì 23 maggio 2012

NANNI AUSENDA




OMAGGIO AL MAESTRO : “ OPERE RECENTI ”

Di Davide Pecorari


Omaggio al maestro,prima esposizione, nasce da un sogno, un aiuto inatteso, una sorta di suggerimento:
 “ fai un primo passo verso l’antologica in progetto “.
“opere recenti ” infatti, ci permette di iniziare un percorso a ritroso nel tempo, non tanto celebrazione, anche se lecita e dovuta, ma un contributo alle nuove generazioni di artisti, di designers, di architetti, di amanti del bello, del razionale, della correttezza,dello sperimentare, studiare, dell’approfondire …
come in molti casi, anche Nanni, ritrova la pittura e la fotografia, come piacere personale, desiderio di comunicare, svincolato da ogni committenza, negli ultimi anni di vita, le date sul retro delle tele, 2008,2009... antecedenti sui files delle fotografie.
La mostra dedicata a Josef Albers, splendida, negli spazi della galleria civica e palazzina dei giardini, ce lo ha ricordato. Dopo una vita dedicata alla bauhaus ed al design, i quadrati policromi concentrici, irrompono e sanciscono il ritorno alla pittura, alle origini …
Quando nanni chiedera’ materiali, tele,colori ad olio,pennelli …  mi rende felice … perche’ so che ogni tanto, “si alzera’ il velo” su foto e quadri che da esse derivano …
Una visione in multicolor negativo, digitale, sorprendente, apparentemente cosi’ lontana dai grandi disegni, quei quadri in bianco e nero sulle scale della casa di Mario, suo fratello, i primi passi compiuti a Brera, che ci ricordano un poco Capogrossi …. ma in fondo cosi’ vicini.
Vengono in mente gli acquarelli liguri, le barche a vela eteree, i ritratti della madre, visti in Via Battaglia, da Piero, il fratello grande, custode dei lavori di Nanni giovane pittore, gli schizzi precisi, in bianco e nero, sorta di cartoline degli angoli prospettici piu’ belli di Milano, eseguiti durante gli studi in accademia, ma questa e’ un’altra storia … un altro appuntamento.
Entrambi abbiamo affrontato il tema delle foto televisive, care anche a Schifano, a Cesare leonardi e tanti altri artisti contemporanei … le mie erano realizzate su pellicola diapositiva, ektacrhome, o negativi b/n e a colori,ritoccate, intelaiate e proiettate o retroproiettate nei primi  anni ottanta. Spesso sono state selezionate insieme, in Via San Giacomo, sulla enorme lavagna luminosa,utilizzate per i concerti della xxx° divisione, una festa-evento alla francescana, o nelle discoteche…. 
 Dopo questo primo omaggio, con i tempi necessari, vista la mole di materiale prodotto nel campo del design, dell’architettura d’interni, delle nuove costruzioni e restauri, seguira’ l’antologica, corredata da un catalogo-biografia che speriamo esaustiva, una raccolta del disegno, dagli schizzi a matita, ai progetti di massima, i lucidi di studio colorati a matita, le grandi prospettive, lay out su canson presentati al committente, i definitivi a china e poi l’avvento del digitale con prove di stampa e plottate di grande formato, i ritocchi in b/n e a colori, matite buone,morbide.
La catalogazione delle pubblicazioni e dell’archivio e’ avviata, permettera’ di ricostruire la formazione, l’iter progettuale, dalla produzione giovanile alla Stilwood, all’esperinza bolognese “Ny Form”, la lunga collaborazione con l’architetto Guidobaldo Grossi, Beppe Vida-Mr luna, Valentino-pm, Novart, Sabot-Alain Delon, sino ai giorni nostri ( le agenzie bancarie, le sedi delle fondazioni, Milano 3 Mediolanum, l’auditorium Carimonte,oggi unicredit, nel fiera district di Kenzo tange a Bologna,la villa unifamiliare del 2008 pubblicata su ad International, il San Silvestro, demolito e ricostruito ex novo, pubblicato su Ottagono… gli attici pubblicati su “Bmm zone”, restauri e ristrutturazioni su “Riabita” ,sei decenni di lavoro appassionante.
I principi etici e professionali, la formazione, il suo carattere, lo orientano sempre piu’ alla razionalita’, al rigore, alla pulizia, alla cura “ piacevolmente spasmodica ” del dettaglio, del particolare costruttivo, l’associazione dei materiali, delle textures e dei colori.
Negli ultimi anni riemerge il piacere della/nella pittura, la ricerca fotografica,il gioco delle impostazioni, negativo colore, negativo bianco e nero… la televisione specchio del mondo.
Personaggi ed oggetti del quotidiano, del jet set artistico e musicale, aerei navi ed elicotteri, come giocattoli, emergono dalle geometrie cromatiche reinterpretati, a volte quasi irriconoscibili, pregevoli le velature rigorose, i tagli precisi.
L’attualita’ delle immagini e’ sorprendente, ancora una volta Nanni cavalca il tempo, riesce a rimanere sull’onda, si guarda intorno con l’occhio del bambino, vivace e curioso, scopritore, con quella modestia che ci ha sempre stupiti, lasciando trasparire una domanda … “ ci sono riuscito? ”.
Non ho mai visto, in trent’anni vissuti in studio con lui, qualcosa che non mi piacesse.







Uno sguardo su Dioniso
Una ipotesi di lettura per un inaspettato Ausenda

Di Franco Morselli



È la prima volta che l’associazione “Via delle Belle Arti” dedica una mostra ad un ex allievo del Venturi, ottemperando finalmente ad una delle sue istanze fondative fino ad ora, purtroppo, disattese. Giovanni Ausenda, detto Nanni, recentemente scomparso, studiò al Venturi alla fine degli anni ’40, proseguì i suoi studi all’Accademia di Brera, per dare poi inizio ad un’attività che lo vide tra i principali e più colti protagonisti della progettazione e del design d’interni a Modena, in un periodo, dagli anni ’60 ai nostri giorni, di sostanziale benessere per la città. L’esemplare percorso professionale e l’eccellenza ivi raggiunta rende lo studio della sua opera prezioso non solo per chi ne ha usufruito, ma, soprattutto, per quegli studenti che, frequentando attualmente la sua stessa scuola, si cimentano quotidianamente e con passione sugli stessi temi nei quali Ausenda è, e resterà, impareggiabile maestro.


A Modena il nome di Ausenda, se si esclude una ristretta cerchia di addetti ai lavori, e di privilegiati clienti, non ha conosciuto la popolarità di cui ha invece goduto la serie dei cosiddetti modenesi illustri. Ausenda è un nome da scoprire, a cominciare da questa mostra, a poco a poco, sotto la guida di coloro che lo hanno conosciuto bene.
È strano il modo scelto da Davide Pecorari, curatore della mostra e stretto collaboratore del maestro, per presentare alla città il personaggio. Ma è su questa stranezza, lampante per chiunque abbia nella mente almeno un’idea della vastissima produzione dello studio, che bisogna tentare di far luce.
Davide ha estratto dall’archivio del maestro una serie di immagini che apparentemente nulla hanno a che fare con la consolidata professionalità di Nanni, e le ha chiamate “opere recenti”. Poco importa l’esatto dato cronologico, ma ciò che emerge evidente è il contenuto di novità, l’effetto shock, che rappresenteranno agli occhi di chi, abituato all’impareggiabile precisione di ogni composizione, credeva forse di aver risolto in essa anche ogni complessità umana ed esistenziale, e quindi espressiva, dell’artista. I violenti lampi di luce e di colore imprigionati in queste foto mal si conciliano con la cristallina e rarefatta purezza che abita ogni sua architettura e ogni suo oggetto. E, sicuramente, i substrati ove affondano questi due lati della personalità appaiono in conflitto ai nostri occhi, come se un urgente rimosso, interiore e sociale nello stesso tempo, irrompesse a chiedere conto di una serenità di abitudini che forse, a ben guardare, a guardarsi intorno, non avesse ancora trovato la sua definitiva ragione d’essere.
È  una lotta del cuore contro la ragione, ragione che nessuno meglio del grande amico e fotografo Fontana ha saputo fissare in splendidi documenti di una scena che, nella sua raggelata e olimpica pretesa di immobilità assoluta, è nonostante ciò sottoposta al divenire, e al consumo, di ogni cosa.
Parlando di Davide Pecorari, curatore, come si è detto, della mostra e fotografo egli stesso, avevo scritto che le sue foto, messe in fila, costituivano  un poema del caos, “quasi un Mahabharata della modernità” ove il tutto si accumula e si giustappone senza ordine. Forte di una produzione professionale al di sopra di ogni sospetto, Nanni Ausenda si incammina sulla strada che Davide ha indicato. È il mondo delle allucinazioni, degli impasti psichedelici, di una percezione delle cose, cioè, antecedente o successiva, comunque lontanissima, alla formazione del giudizio e alla creazione della forma. Quanto di più lontano, quindi, dalle impeccabili organizzazioni dello spazio o dalle impaginazioni grafiche quasi estenuate nella loro raffinata perfezione che costituiscono la cifra poetica prima ancora che professionale del maestro.
È  un forte contrasto quindi quello che emerge dietro l’apparente tema univoco di questa mostra. È una dialettica tra due poli opposti dello spirito che quasi trovano il loro emblema nei due sunnominati amici-fotografi : Fontana e Pecorari, lo Zeus e il dio minore, il cantore della perfetta armonia della natura e l’inquieto bodhisattva del visibile.
Apollineo e dionisiaco sono termini ormai tanto radicati nella nostra mentalità da rendere immediatamente chiaro il pensiero di chi li chiami in causa.   Da una parte, nel ricordo dei suoi ammiratori, è Apollo stesso, la nietzschiana “magnifica immagine del principium individuationis” a guidare la mano del disegnatore di architetture e di arredi destinati a banche, uffici e luoghi di abitazione e di divertimento di una splendida borghesia; dall’altra parte, inaspettata, erompe violenta sulla scena la “terribile saggezza di Sileno” che, lontana anni luce dalla linearità educata dell’ufficialità, ci aggredisce e ci trascina in un mondo caotico  fatto di strani titoli, ricordi affioranti da un vocabolario giovanile e pop quasi dimenticato: “Abstract”, “Guys”, “Band”, “Elton J”, “Transport”.
 In questo secondo polo Nanni Ausenda si è lanciato con passione, dissolvendo con tenace follia in fluidi impasti di colore gli abituali squadri e le geometrie troppo rigide per poter ospitare il Tutto. Forse si dovrebbe parlare solo della crisi tipica di una fase della vita che, per lui come per tutti, si fa stagione di bilanci. Ma la sensazione è che in Nanni la crisi diventi, attraverso quei grumi di colore che sono le sue foto, paradigma di una crisi più vasta, prima ancora di valori che economica,  dove la legittima aspirazione di una borghesia locale, illuminata e moderna, ad una serena civiltà che si esprima in corrette ed equilibrate forme architettoniche (e relative filosofie del vivere) assiste al suo tramonto senza aver quasi intravisto l’alba. Come se l’immersione in questa sconfinata fantasmagoria di colori registrati con un automatismo precedente ad ogni comprensione fosse un’ultima fiammata, l’incendio catartico ove ogni residua illusione di un Geminiano Walhalla si consumasse nel suo inevitabile crepuscolo.
O, forse, più semplicemente, più naturalmente, il dionisiaco marginale e privato che qui emerge altro non è se non il giovanile, l’illimitato che, accennato quasi sotto tono nel “Filebo”di Platone, si fa in Proclo potente carburante della storia, che non consuma ma instancabilmente genera e rigenera. È la gioiosa energia del giovanile eterno, l’ansia insita negli spiriti più nobili di bruciare sempre per sempre rinnovarsi. È il cercare dentro se stessi il dimenticato per non dimenticarlo mai e continuamente riemergere quando la cornice dell’opposto, l’eternamente corretto, comincia a farsi troppo stretta. È il guardarsi dentro alla ricerca di quei miti della gioventù che come un vento propizio ti hanno fatto salpare verso i più o meno inaspettati traguardi della vita. Ecco, con ogni probabilità, il senso di queste misteriose immagini, senso che non contraddice, ma illumina con più chiarezza, ogni altra ipotesi. Apollineo e dionisiaco, limite e illimitato. I due poli opposti della dialettica dell’essere trovano nel succedersi della mostra presente e di quella necessaria una evidenza lucida e drammatica come solo dalla personalità di un grande artista ci si può aspettare.


Su questa mostra, come abbiamo detto, strana, frutto, giustamente, più di una subitanea ispirazione che di un freddo ragionamento, getterà una completa luce solo quella seconda mostra, che speriamo possa tenersi presto. Una mostra che racconti il progettista sapiente che qui abbiamo potuto cogliere solo in negativo, e che consacrerà definitivamente Nanni, ne sono certo, nell’olimpo dei Pavarotti, dei Ferrari e di tutti quelli che hanno contribuito a edificare il Pantheon delle glorie modenesi. E che soprattutto racconterà a tutti quegli studenti di architettura e di belle arti che, visitandola, ne vorranno cogliere il senso più profondo, l’umile e nobilissima, ma sempre meravigliosa avventura, di chi ha scelto di dedicare la sua vita a dare forma ai sogni umani.   

                                                                                                                               













martedì 8 maggio 2012

GENNARO PISCO: INAUGURAZIONE DELLA MOSTRA





5 maggio 2012. Nella galleria delle Statue la più celebre delle Nike ascolta da Gennaro Pisco e da Michele Fuoco il racconto di meno celebri, ma interessantissime, vittorie









giovedì 3 maggio 2012

UN ARTISTA IRRIVERENTE



presentazione alla mostra di Gennaro Pisco - inaugurazione sabato 5 maggio, ore 17.30 presso la galleria delle Statue in Corso Belle Arti, Modena




di Michele Fuoco



Verità storiche forse sgradite, imbarazzanti. Scomode ma ricche di problematiche attuali, soprattutto ora che si celebra il 150esimo anniversario dell’Unità d’Italia. Le rivela Gennaro Pisco con la parola e con il segno, per la sua capacità di rigoroso e sistematico ricercatore di storia meridionale e di colto artista. La parola scritta va di pari passo con l’immagine, in un rapporto nuziale, affabile. Non è solo la scrittura un inesauribile campo di analisi e di esperienze. Anche il segno si offre come elemento di conoscenza, perché efficace nel delineare descrittivamente, pur con variazioni e sottili incroci di elementi fantastici, i confini di un accadimento, di vicende individuali o collettive. Vicende riguardanti i Borbone che Pisco intende, almeno in parte, “riabilitare”, prendendo le distanze dalla denigratoria propaganda post-risorgimentale e dall’iconografia ufficiale.
Il ricercatore-artista napoletano più che avanzare ipotesi, ama ricostruire fatti realmente accaduti. Diventa irriverente nei confronti della maggior parte della storiografia protocollare, celebrativa, antiborbonica, nel segnalare episodi che si caratterizzano per aspetti umani, eroici, non privi di garbata ironia che sa di giocosa benevolenza.
Il lavoro di “revisione” che il lo studioso napoletano conduce da una ventina d’anni tende a ricostruire e a raccontare cose su cui altri hanno taciuto, rivendicando l’autenticità di “pagine” di una storia diversa che, in ogni caso, occorrerebbe giudicare con rispetto. Pagine che si sostanziano, in questa occasione espositiva, soprattutto del segno che, come evidenza strutturale dell’immagine, dà certezza di figurazione, per sostenere una maggiore conoscenza dei fatti. Il segno, che nutre l’acquaforte e acquatinta, ma anche la xilografia, si fa recupero storico, individuando e mantenendo vivo il reale tessuto delle vicende passate, e evidenziando la coscienza di un impegno di ricerca storica, anche corale, che Pisco porta avanti con scrupolosità di attento studioso per un coerente senso di verità.
La lunga consuetudine con il segno, capace di determinare presenze di eccezionale nitidezza, consente all’artista una folgorante corrispondenza tra l’idea e il suo incarnarsi nell’immagine che assume una sua distinta fisionomia nel rappresentare una nuova proposta di civiltà e nell’affermare la cultura della libertà di ricerca che, in questo caso, fa luce su episodi sconosciuti del Risorgimento visti attraverso la “storia dei vinti”.

“La mostra – sostiene Pisco – è uno scavo nella storia occulta del nostro Risorgimento. Scavare è portare alla luce pagine di storia che nessun artista dell’Ottocento ha potuto narrare per motivi di repressione politica.
Pagine oscure, che dal punto di vista storiografico aspettano ancora la verità”. E al segno, come pratica d’arte mai decaduta a semplice esercizio estetico, viene affidato, per sua natura diretta, il compito di presa immediata sul dato di verità. Una sorta di riconoscimento critico può essere, quindi, attribuito al disegno che è fondamento di tutta l’esperienza estetica ed umana dell’autore. Per formazione e per vocazione. Infatti Gennaro Pisco (Napoli 1945) è docente, da molti anni,  di arte della grafica pubblicitaria all’Istituto d’Arte “Adolfo Venturi” di Modena. Fondamentale la lezione di Nicola Gambedotti, dal quale ha appreso presso l’Istituto d’Arte “F. Palazzi” di Napoli la tecnica della xilografia; ma anche l’insegnamento della pittura di Armando De Stefano, docente di pittura all’Accademia di Belle Arti del capoluogo campano. Il suo debutto sulla scena espositiva nel 1986 avviene come xilografo, con la mostra “L’alchimia come rimorso. La scienza tradita” presso il Centro Studi Muratori di Modena. Seguono partecipazioni ad altre rassegne al Castello dei Pio di Carpi che privilegiano la xilografia.
Il disegno, come evidenza immediata di anatomia analitica, sarà sostanza delle 120 caricature che Pisco fa dei suoi colleghi, docenti all’Istituto Venturi, nella mostra “Se la memoria non m’inganna”, nel 2009, presso lo “Spazio Venturi” di Modena. L’attuale esposizione, costituita da incisioni, presso il Centro Museale “Casa Quaranta”, (sec. XIV), al Campo di Giove (L’Aquila) legittima ancora una volta il valore autonomo dell’esperienza disegnativa. “Anche se i temi trattati nelle tre “personali” sono diametralmente opposti, come visione concettuale e culturale, essi sono uniti  – continua l’artista – da un valore unico: il segno. La mostra sull’alchimia evidenza una ricerca nel mondo dell’occulto, del simbolo, nei rituali “misteriosofici” dell’iniziato. Quella della caricatura è indagine sui tratti somatici dell’uomo che, dice G. Battista Della Porta, sono “lo specchio dell’anima”. Indagine nella psiche umana, nei meandri più oscuri delle passioni che agitano l’animo umano, e della personalità”.
Con la mostra a Campo di Giove l’artista pare interrogare i luoghi, i personaggi ai quali  conferisce possibilità narrative in un segno forte nel risultato, nelle luci, nel racconto realista e fantasioso, proprio di un disegnatore puntiglioso, caldo interprete di tematiche imbarazzanti su cui

molti hanno preferito e preferiscono tacere. E l’opera punta a restare testimonianza in modo definitivo di un tempo “oscuro” in cui il segno di Pisco riesce ad aprire porte di comunicazione e di illuminazione, per accedere ai segreti più reconditi.
Si delinea un percorso entro varie problematiche storiche che una mostra non può esaurire. Per questo l’artista concepisce il suo lavoro come “work in progress”. Nel senso che alle opere presentate in questa esposizione si aggiungeranno, nel tempo e nelle prossime rassegne, altre incisioni di vigile controllo mentale per una più efficace adesione ad un realtà viva, passata per molti decenni, deliberatamente, sotto silenzio. Anche il linguaggio grafico, come la ricerca “trasgressiva” del cultore di storia, passa attraverso un processo di rottura della sfera convenzionale, rinunciando alla rigidità di rappresentazione e sostenendo un criterio di selezione dell’immagine per un rilevamento dentro una rete ampia di punti di osservazione, di rapporti, di vita pulsante, di nuovi orizzonti. In questo Pisco riconosce la propria vera identità di artista, un’arte come desiderio e speranza di verità.
                                                                                    

 






giovedì 19 maggio 2011

LA SCUOLA DI MODENA

Presentazione a una collettiva di undici artisti che lavorano o hanno lavorato nella scuola. (Inaugurazione Sabato 28 Maggio, alle ore 17, presso la sede di Via dei Servi)

Di Franco Morselli




Il “Venturi” è una scuola d’arte. Anzi, il “Venturi” è la scuola d’arte della città di Modena, ed è dal 1785 che la storia dell’arte della città si identifica con quella della sua scuola. Ogni amante di storia locale, ogni appassionato d’arte che frequenti chiese e musei, ma anche negozi di antiquariato e mercatini, lo sa. Volendo, con pazienza e amore, si potrebbe ricostruire un’atmosfera che, attraverso la gravità legittimista della corte austro-estense (Adeodato Malatesta, in questo caso, sovrasta tutti), il lapidario proliferare dell’unità d’Italia (ad esempio Giuseppe Gibellini), l’ottimismo campagnolo del ventennio (dal Graziosi al Prampolini), fino all’introversa crepuscolarità del dopoguerra (Masinelli, Pelloni, Semprebon…), ci porterebbe a definire i contorni, l’atmosfera appunto, di una vera e propria scuola di Modena. Poi ci sono le gallerie, e le iniziative più o meno sponsorizzate della istituzionalità culturale, a fotografare il presente in cui la scuola è dilagata. Scegliere un nome e tralasciarne un altro sarebbe, in questo caso, di cattivo gusto. Le tre parole, “Modena”, “storia” e “scuola”, si intrecciano, si scambiano di posizione, soggetti e predicati sono intercambiabili in un libero gioco di combinazioni e sillogismi il cui significato individua sempre e comunque, alla fine, la parola arte e comprende, in modo più specifico, la modenesità dell’arte. Ma le gallerie e le istituzioni, prestigiose o di nicchia che siano, rappresentano, della contemporaneità, solo una faccia. Se il mercato esplicito dell’arte è il sangue che scorre, manca, per completare il quadro, il cuore che lo pompa. Da sempre, dal 1785, come si diceva, questo cuore è la scuola, accademia, istituto, liceo, comunque la si chiami.

Ed è da questa ovvia considerazione che è nata l’idea, sono ormai tre anni, di istituire una vetrina che renda pubblica, agli allievi ma, soprattutto, alla cittadinanza che alla scuola si affida, le capacità produttive, gli ambiti espressivi e le più intime scelte artistiche di coloro che a questa sorta di motore culturale danno vita. Otto mostre in tre anni di cui questa, l’ottava, non esito a dire che sia la più importante. Per due motivi soprattutto. Uno: nasce spontanea. Mentre le sette mostre precedenti (la cui documentazione approfondita può essere recuperata sul blog citato nella retrocopertina del presente catalogo) avevano necessitato di un gruppo di lavoro che forzasse quasi una certa ritrosia da parte degli espositori stessi a farsi promotori di un dibattito e di uno scambio che li vedesse protagonisti pubblici, vincendo un’inerzia in cui, come in un vizio, la scuola sembrava essere sprofondata, per la presente mostra i motivi dell’adesione sono apparsi ai più, com’è giusto che sia, ovvi. Due: è una collettiva e, oltre a fornire una qualificata panoramica delle diverse anime che danno vita alla struttura “scuola”, rappresenta un prezioso momento di conciliazione all’interno di un dibattito a volte ruvido anche se, o forse proprio per ciò, ricco di spunti e contenuti. Cito, da “Il luogo e l’intento”, scritto con cui il gruppo di lavoro esordì tre anni fa: “Non illudiamoci. Non esiste, dietro le solenni e solari membrature architettoniche del Soli, un’altrettanto solare comunità di intenti. Spesso lo scontro tra chi vi lavora dietro si fa rude. Neppure nel mondo degli artisti è rintracciabile quella serena luce da accademia neoplatonica accarezzata, forse, solo in qualche ottimistica visione simbolista. L’idillio non fa parte della mentalità artistica, che per sua natura “forgia” e per sua natura “costringe” (…)”. L’esporre insieme non può e non vuole essere un appianare e tantomeno un nascondere, ma un superare, un andare oltre nel nome dell’arte, della storia e della scuola.

È una tentazione forte, anche se forse non del tutto legittima, quella di trovare il collante che cementa la conciliazione ritrovata e reinserisce la scuola come ente nel flusso della scuola come storia. Oserei parlare di provincia, intendendone il dato culturale come una legge di proporzionalità inversa che, all’allontanarsi da pretesi centri di irradiazione, da guggenheimità sempre più trite e sempre più strillate, trova nella distanza stessa la propria vera ragione d’essere, mai dimentica della dolorosa poesia del quotidiano, o dell’oggetto sì lontano, ma ripercorso con la sincera partecipazione del vissuto.

Sono undici gli artisti che aderiscono a questa collettiva, ciascuno con una spiccata personalità e una radicata maturazione nell’ambito della propria ricerca. Qualcuno lo conosco bene, e da tempo ne seguo il lavoro. Per altri vederne l’opera è stata una splendida sorpresa. Racchiuderli in una formula non è facile e, se la mia impressione non troverà riscontri, chiedo anticipatamente scusa.

Comincio da Pedrini, alla cui passione si deve la presente mostra (e che perciò ringrazio con tutto il cuore): è futurpop, parola che potrebbe sembrare un po’ ambiziosa se non fosse che gli oggetti che rivisita, forse i più odiosi, certo i più invadenti, tra quelli che ci circondano (ciminiere, auto, cellulari), acquistano tra le sue mani un’affettuosità irresistibile.

Di Canova non sapevo nulla. I suoi dipinti non solo non hanno bisogno di commenti, ma, avendo nominato prima i maestri della grande stagione modenese delle nature morte, aggiungiamoci un Bertoli, uno Spattini, un Bassi, e la continuità di cui siamo alla ricerca è per lui, grazie a lui, garantita.

Per Scappini coniai un titolo che ritengo ancora valido: “lo sfondo senza il protagonista”. Topos eminentemente metafisico, l’assenza dell’uomo tra architetture che lo presuppongono ma non lo ospitano materializza la domanda, conferisce forma fisica alla forma letteraria dell’enigma. E l’artista si guarda bene dal risolverlo.

Altra splendida novità è per me Artioli. Neppure sapevo che dipingesse. Amante dei viaggi come lui non posso che ringraziarlo per come ha saputo suggerire un modo di rivivere i ricordi, di selezionare e ordinare, e sedimentare in qualcosa di essenziale, ciò che, lo so bene, rischia in continuazione di sfuggirci tra le dita.

Carlomagno lo seguo da anni. Raffinato e sensibile poeta, il suo sguardo indaga la tensione tra ciò che è immensamente lontano e ciò che è immensamente vicino, e tutto sublima con i versi e coi colori. “c’è il ciottolo e la pianura, il pollice e l’orizzonte, la sinapsi e il sistema…” avevo detto una volta di lui, e l’avevo paragonato a certi struggentissimi romantici tedeschi.

Pecorari fluttua ai confini della mistica. Vaso di elezione, direbbero i mistici di lui. La sua furia onnivora esita a essere compresa in poche immagini. Per lui tutto è da fissare. E per tutto si intende proprio tutto: ciò che si alterna nel tempo e ciò che si distende nello spazio. Le migliaia di immagini che ha scattato costituirebbero, messe in fila, un poema cosmico, un Mahabharata della modernità.

Cinzia Ghioldi è la più difficile, forse perché è una donna, forse perché il suo soggetto è sempre una bambina (o due, come nel disegno presentato). Soggetto assoluto, protagonista irrelato, la bambina eterna che Cinzia descrive non si confronta col mondo: lo subisce. E l’attimo del subire non si fa storia, non si fa esperienza, rimane dolore puro che agghiaccia tutti noi.

Pisco lo conoscevo solo dalle caricature, oltre che dalle appassionanti narrazioni sui retroscena della realtà. La sua pittura è rebus, il significato, riservato all’iniziato, è la fine di un percorso obbligatorio. l’immagine che presenta è zeppa di simboli sui quali non vedo l’ora di venire illuminato. La sua padronanza della tecnica xilografica è straordinaria.

Di Coppelli avevo visto, di sfuggita, alcune immagini fumettistiche ma, soprattutto, conoscevo la sua instancabile voglia di giocare con la coscienza altrui, a scopi più o meno dichiaratamente terapeutici. Che l’arte possa essere una terapia è argomento ricco di fascino e contraddizioni, che ci trasporta in un labirinto simile a quello multiforme che l’artista taumaturgo ha voluto esibire in questa sede.

Leone è un mago. Uno dei più autentici: quelli da strada. I suoi magici tocchi di acquerello tracciano figure che animano storie più vere di quelle vere: indiani, orsi, viaggiatori, e scorci di strada, alberi dietro i vetri, aule della scuola, studenti e colleghi di lavoro. Nulla sfugge all’amore che trasuda da quei segni. Nulla è indegno di essere narrato dalla sua magica lanterna.

Ho tenuto per ultimo Caselli. Non lo conosco bene anche se bastano pochi segni per avvertire tutta l’energia della sua persona, la potenza e la determinazione del suo fare. Caselli è l’artefice, e quando parlavo della mentalità artistica, che per sua natura “forgia” e per sua natura “costringe”, forse pensavo a lui.
A tutti loro va il mio grazie e, penso, non solo il mio.

GEOGRAFIA DI UN CAMPO PITTORICO: DENTRO E FUORI DEL PERIMETRO


Presentazione degli artisti a cura di Domenico Pirondini


Come messaggio in una bottiglia: sarà la capacità di lettura degli ignoti destinatari a suggerire possibili, eventuali passi nell’arte.
Baudelaire diceva che è viaggiatore chi si mette in viaggio solo per partire.
Eccolo, dunque, un inizio, un viaggio di imprevisti, di sorprese, di riflessioni, impegnative ma anche leggere e divertenti.
Una mappa di richiamo, un’offerta invitante della prestigiosa e storica istituzione artistica della città.
Undici deviazioni con intenti e destinazioni assolutamente diversi per forme, contenuti, tecniche e linguaggi (pittura, illustrazione, scultura, disegno, spettacolo, fotografia, materiali, incisione).
Se mai si dovrà arrivare.



ALBERTO ARTIOLI
Nato a Reggio Emilia nel 1958. Istituto Geometri “Secchi” di Reggio Emilia, Architettura a Firenze. Docente di Discipline Geometriche, Architettoniche, Arredamento e Scenotecnica.
Libero professionista.

Una serie di interventi pittorici che, uniti da un filo conduttore espresso nella geometria della raffigurazione, ben esprimono il viaggio, un luogo. Un mondo reale che diventa “fantastico” se filtrato attraverso i ricordi e le emozioni dell’autore (Domenico Pirondini).



PAOLO CANOVA
Nato a Mondovì (Cuneo) nel 1952. Liceo Artistico a Genova. Docente di Discipline pittoriche.

Dopo aver vinto alcuni premi in concorsi internazionali e partecipato ad alcune mostre, gli è venuto il dubbio di non aver capito a fondo l’etimologia delle parole Arte e Artista. Da allora, definendosi artigiano di Belle Arti, ha dipinto solo per se stesso.



VINCENZO CARLOMAGNO
Nato ad Agnone (Isernia) nel 1949. Liceo Artistico a Roma, Architettura a Roma. Docente di Geometria Descrittiva e Progettazione Architettonica.

Spazio, colore, gli elementi minimi declinati in infinite varianti, ognuna capace di esprimere una suggestione sempre diversa, un nuovo racconto, una visione continuamente mutata di quel rapporto spirituale esistente tra l’uomo e la natura. Una soggettività assoluta, dove è portato all’estremo il confine tra visione naturale e visione immaginaria (Silvia Ferrari).



ANTONIO CASELLI
Nato a Ferrara nel 1960. Liceo Artistico a Bologna, Accademia di Belle Arti a Bologna. Docente di Discipline Plastiche e Scultoree.

“L’atto di costruire la scultura”: non significa che egli non è consapevole della forma, ma è il fatto che l’idea di forma non è classica, universale, definita. Non concepisce la scultura come “idea” preesistente alla forma, semmai è l’idea stessa il fine della costruzione. Non ha perciò nessuna forma da far emergere dalla materia, ma è come se, costruita, la sua forma irradiasse dall’interno della massa perché costruita di un numero infinito di profili che molteplici punti di vista svelano all’osservatore (Nadia Raimondi).



CARLO COPPELLI
Nato a Modena nel 1957. Istituto d’Arte a Bologna, Accademia di Belle Arti a Bologna. Docente di
Discipline Plastiche. Arteterapeuta.

I colori e le forme della sua pittura mi appaiono, talora,esperienze balenanti di ferite ripetute e irriducibili dei sensi, aperte tuttavia a luoghi più lontani e metafisici. Talaltra, vi prevalgono intenti geometrizzanti, il gusto e il gioco sapiente e divertito, a misurare gli spazi a intervalli regolari di forme sovrabbondanti di colori. E parallelamente, la ricerca poetica, in suggestioni analoghe: implosione nostalgica o appassionata, legata a ricordi e turbamenti, rapiti, del presente (Paolo Gaspari).



CINZIA GHIOLDI
Nata a Modena nel 1979. Istituto d’Arte “Venturi” a Modena. Docente di Discipline Plastiche.
Si occupa di Videoanimazione.

L’autrice, attraverso la sua protagonista, si sveste e si mostra nella sua duplicità, giocosa e infantile, ma cupa e tormentata allo stesso tempo, facendosi specchio della complessità dell’animo umano (Roberta Russo).



SILVIO LEONE
Nato a Montemurro (Potenza) nel 1946. Liceo Artistico a Napoli, Architettura a Napoli. Docente di Discipline Pittoriche.

Storie che si muovono su un immaginario confine, che rievoca le letture dell’adolescenza, i mondi abitati da creature affascinanti, spesso ostili, selvagge; quegli scenari un po’ esotici e un po’ dietro casa, disseminati di curiosità e delizie, ma anche di pericoli e trappole; i loro protagonisti sempre in cammino, impegnati in prove da superare, alle prese con l’ignoto. E su quel confine, l’eroe, timido e intraprendente, spaventato e curioso… (Franca Tosi).



DAVIDE PECORARI
Nato a Modena nel 1954. Liceo Scientifico a Modena, Architettura a Firenze. Docente di Discipline Geometriche, Architettoniche e Scenografia. Libero professionista.

Vede e racconta il mondo in una realtà dove la fotografia rappresenta l’occhio della sua coscienza, della sua sensibilità e cultura. Racconta la realtà e, nel contempo, entra nella realtà, al di là delle categorie della storia, della politica, della cultura, vestito d’anima e di emozioni. La sua fotografia non è una pura registrazione, ma possedendo un proprio occhio capace di modificare le cose, sublima gli elementi della natura, facendoli assurgere a vera, immortale poesia. Una specie di preghiera laica (Franco Fontana).



BERNARDO PEDRINI
Nato ad Algeri (Bougie) nel 1954. Istituto d’Arte “Chierici” a Reggio Emilia, Accademia di Brera a Milano. Docente di Discipline Plastiche.

La ripresa delle Avanguardie Storiche del Futurismo e della Metafisica viene rielaborata in maniera personale ed inserita in un contesto ludico del tutto originale e tale da suggerire i contenuti morali dell’operazione artistica che diventa sì un’operazione di forte critica sociale, ma attualizzata con un linguaggio soft. Un processo analitico che vuole riposizionare il medium su nuovi e più avanzati territori della cultura e della comunicazione visiva (Enzo Silvi).



GENNARO PISCO
Nato a Napoli nel 1945. Istituto d’Arte a Napoli, Accademia di Belle Arti a Napoli. Docente di Arte Grafica e Pubblicitaria.

Come artista, il suo lavoro è fortemente condizionato dalla “ricerca”scientifica, simbolica e storica che sperimenta attraverso le tecniche della xilografia, acquaforte, pittura e caricatura (Michele Fuoco).



MATTIA SCAPPINI
Nato a Modena nel 1983. Istituto d’Arte “Venturi” a Modena, Accademia di Belle Arti a Bologna.
Docente di Modellistica e Arte Muraria.

Ci muoviamo in un mondo al quale, della personalità, resta a malapena il ricordo. Lo sfondo senza protagonista ha soppiantato il protagonista senza sfondo, dando finalmente corpo alla domanda vera, l’unica: dov’è l’uomo? L’enigma attende, apparentemente impassibile, il contenuto che lo riempia! (Franco Morselli).

Bernardo Pedrini


città dei vivi e città dei morti